29-05-2010 SOLZA (BG) - Castello Colleoni
06-06-2010 RECANATI (MC) - Chiostro di Sant'Agostino
17-06-2010 RIVOLTA D'ADDA (CR) - Ildelirium Music Fest
20-07-2010 TORINO - Spaziale Festival, Spazio 211 outdoor
(w/ Micah P Hinson / Hugo Race / Bologna Violenta)

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07 luglio 2009 - "Assalti al Cuore" festival di letteratura e musica presenta:
"Il fruscio della bestia in fuga": sentieri selvaggi di controcanti.
Incontro con Giovanni Succi. Libreria Interno 4, Rimini.

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MUSIC LETTER #65

Copertina, speciale + intervista:
Bachi Da Pietra.

Leggi l'intervista di Antonio Anigello

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Blow Up #84 [ maggio 2005 ]
blowupmagazine.com

"La magia è qui [...] Sono i più gran bachi da pietra che sia dato conoscere" S.I.Bianchi

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PRIMAVERA DEL SANGUE

Bachi da Pietra. Dopo la fine dei Madrigali Magri, storia di un incontro, di inabissamenti ed esplosioni, mutamenti e rinascite [ leggi ]

di Daniela Cascella

   

Testi

Testi di TORNARE NELLA TERRA e di NON IO: li trovi qui
Testi di TARLO TERZO: li trovi sul disco.

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INTERVISTE :

www.musicletter.it di Antonio Anigello, marzo 2009

1- Da Tornare nella terra a Tarlo terzo sono passati quattro anni, da Primavera del sangue a Per la scala nel solaio la vostra musica ha preso sfumature, se possibile, più nere, rimanendo comunque trasudanti un blues notturno e tutt'altro che benevolo. La tela è l'immagine dell'artista? Come sono nate le canzoni di Tarlo terzo?

Per i Bachi Da Pietra la tela è quella del ragno. I brani di Tarlo Terzo, come tutti gli altri, sono nati come le ragnatele negli angoli meno accessibili: tramando nell'ombra.

2- Trovate invariato l'interesse che vi circonda? Tutte le maggiori testate giornalistiche musicali hanno esaltato Tarlo terzo, cosa lo rende così speciale, secondo voi, dal resto delle vostre produzioni?

A furia di battere su un chiodo prima o poi qualcosa lo ottieni in qualunque ambito e la gente che scrive si accorge che esisti: per un progetto come il nostro il tempo fisiologico in Italia, essendo noi italiani, è di circa un decennio. Noi siamo circa a metà strada. Vedi gli Zu ad esempio: esistono e suonano da almeno quindici anni credo. Se fossero stati un gruppo straniero il meritatissimo successo che finalmente stanno ottenendo oggi in Italia, lo avrebbero avuto al più tardi sei, sette anni fa. Fossero stati americani l'avrebbero avuto al primo album.

Apro una parentesi. Non vorrei sembrasse il solito Alberto Sordi di “...se nascevo nel Cansassity mamy”. Fatto sta che funziona così: tra connazionali non sei nessuno in quanto italiano, a meno che tu non faccia pop, cantautorato o pop-rock ad uso e consumo del circuito nazionale.

Per l'estero non sei nessuno in quanto italiano, a meno che tu non faccia house music oppure elettronica d'avanguardia ultrasperimentale con visione esopocentrica del concetto Heideggheriano di sovrapposizione degli isotopi istrionici elevati al frontespizio accademico dell'obliterazione metafisica del cosmo a sincopi.

Poco male. Se per una decina d'anni anni riesci a esistere e a produrre musica con la stessa serietà che ci metteresti se fossi in punto di morte e avessi gli occhi del mondo addosso, allora è possibile che, almeno in patria, prima o poi si cominci a parlare di quello che fai. Ma da lì ad avere le copertine dei giornali di musica passerà almeno un altro lustro; per noi Blow Up nel maggio del 2005 è spato un fulmine a ciel sereno e a tutt'oggi come vedi, e per molto tempo ancora, non accenna minimamente a piovere. Quindi non parlerei di “esaltazione” di Tarlo Terzo, come dici tu. Ma poi francamente non è che debbano esserci riconoscimenti per forza, tanto più che ci rendiamo conto di non essere appetibili in quanto difficilmente catalogabili. Una merce la vendi se le metti sopra un'etichetta chiara. Neanche noi sappiamo dire che tipo di musica siamo quando ce lo chiedono, ...e allora come vuoi che vada.

A quarant'anni sarei davvero un bell'idiota a recriminare attenzione propinando quello che faccio. Basta non pensarci e andare dritti per la nostra strada fino a dove porta.

Se sopravvivi abbastanza a lungo ce la fai, prima o poi, probabilmente; se no amen. Del resto non sappiamo ammiccare più di così. Magari avremo gloria postuma quanta ne vuoi. Venti, venticinque anni dopo, quando saremo morti e sepolti e quello che avevamo da dire l'avremo detto mentre nessuno ascoltava, tutti andranno pazzi per noi. Retrospettive, tributi, rimpianti. E' così che funziona in Italia, se sei italiano. In questo paese abbiamo seri problemi con il presente, su tutti i fronti. Noi non abbiamo problemi con il nostro presente, lo facciamo.

Anzi si, ripensandoci un problema ce l'abbiamo: non abbiamo un capitale sufficiente da spendere nella promozione di quello che produciamo. Anche coalizzandoci (noi, Wallace Records, Bronson Produzioni...) le nostre microrisorse vitali se ne vanno tutte in produzione. Per la promozione (che sarebbe l'inizio e non la fine) non rimane niente.

3- Il sound dei Bachi da pietra è scarno, anoressico ma allo stesso tempo avvolgente. Basso, timpano, rullante e piatto … ma non sembra mancare altro, da cosa deriva questa scelta?

E' quello che passa il convento, ragazzo. Ce lo facciamo bastare e non è poi così male.

4- In sede live, ricreate un'atmosfera palpabilmente bilanciata tra una tensione dolorosamente spasmodica e una quiete notturna. Quale abito ambientale vi si addice di più? Dove può maggiormente essere assimilata la vostra musica?

La nostra musica può essere assimilata ovunque, ma richiede un atteggiamento da parte di chi la viene a sentire che sembrerebbe del tutto scontato e invece non sempre lo è: richiederebbe l'ascolto. A noi non piace alzare la voce. Per motivi puramente fisici se una parte del pubblico parlotta e si fa i cazzi suoi un0'altra parte del pubblico non sente il concerto. Approfitto di questo spazio gentilmente a mia disposizione: vorrei invitare tutti quelli che vengono ai nostri concerti controvoglia o costretti da qualcuno, a ribellarsi, a rimanere a casa o andare alla bocciofila con molto vantaggio per tutti. Ci sono luoghi di aggregazione migliori dove festeggiare compleanni o fare bisboccia con bibite colorate che non siano i concerti dei Bachi Da Pietra. Se non vi va di uscire passate una serata a casa, danno un sacco di ottimi programmi su Sky. Non lo dico per noi manovali (suoneremmo anche in mezzo a una rotatoria nel traffico) ma per quelli che magari hanno fatto chilometri e vorrebbero ascoltare il concerto. Siete molto gentili, grazie.

5- Una delle canzoni più d'impatto di Tarlo terzo è l'iniziale Servo. Di cosa parla?

Ascoltala. Parla di quello.

6- Tra Giovanni Succi (Madrigali magri) e Bruno Dorella (OVO, Ronin,Wolfango) com'è nata la fusione in Bachi da pietra? Vi sentite affini musicalmente? Anime differenti nello stesso corpo?

Con Bruno l'affinità è totale, condividiamo pregi e difetti, tutto riesce facile e naturale, sia sul piano musicale che sul piano umano. Stando alla musica lui è di una energia e di una poliedricità incredibile: tutti i suoi progetti sono diversi, tutti sono ai massimi livelli e lui è talmente umile che non lo diresti. Fate mente locale. Trovatemene un altro di cui si possano dire le stesse cose.

7- Quali gruppi contemporanei vi portereste volentieri in tour? Perché?

Un bel gruppo di squinzie. Perché sono allegre.

8- I testi sono poesie, in molti c'è un continuo senso di malessere, di colpa (mi viene in mente la bellissima Aprile D.C .). Giovanni Succi (voce, parole e musica dei Bachi) è un uomo così tormentato? 

Giovanni Succi è un uomo. Nell'accezione di appartenete al genere umano.

9- Se voi foste degli scrittori, chi sareste? Quale libro vi racconta?

Un libro di Jean-Henri Fabre.

10- I Bachi da pietra sono una possibile colonna sonora di questi anni? Vi sentite figli di questa epoca?

Figli di questa, nipoti delle altre e padri delle prossime.

11- Su Bruno (batteria) ci metto la mano sul fuoco ma Giovanni è affine ad alcune produzioni della Neurot records dei redivivi Neurosis? Quali sono state (o sono tuttora) i vostri punti di partenza? Le vostre influenze più marcate? Insomma, chi vi ha dato lo stimolo ad abbracciare chitarra e batteria?

Entrambi veniamo dal Metal primi anni Ottanta, più o meno imbastardito di punk, attraverso due sentieri adolescenziali diversi. Da ragazzini, Bruno aveva una passione per i primi U2. Io per i Kiss e gli AC/DC. Ma essendo lui più giovane di me di cinque o sei anni, i Neurosis saranno stati più materia sua; io non ci sono arrivato, mi sono fermato ai primi tre dischi dei Venom e degli Slayer, ...poi ho mollato il metallo e sono passato ad altro. A diciotto anni ho scoperto Tom Waits e ha cambiato il mio rapporto con la musica. Ascolto ancora oggi emozionandomi questi gruppi che ho citato, e a volte ne sorrido e sorrido di me; aggiungerei i vecchi Black Sabbath e i Motorhead (fonte inesauribile di spirito R'N'R) e toglierei ad esempio gli Iran Maiden, che all'epoca mi piacevano tanto, oggi non li reggo più. All'epoca (anni Ottanta) non mi piacevano i Valvet Underground, oggi (...oggi si fa per dire) li ritengo basilari.

12- Oltre al tour dei Bachi da pietra, che sarà di voi in questo 2009?

Abbiamo appena registrato una nuova canzone che dovrebbe andare su di uno split 7” condiviso con i Massimo Volume. Spero il progetto vada in porto. Ci terremmo molto. Per il resto stiamo lavorando al prossimo album.

13- Scegliete una frase delle vostre canzoni, una che più di altre vi rappresenta.

Semplice. Se una frase non ci rappresenta non finisce nelle nostre canzoni.

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www.audiodrome.it di Giampaolo Cristofaro

- Quando e come è venuto in mente a te e a Bruno Dorella di metter su i Bachi da Pietra? Con quali finalità artistiche?

Ci è venuto in mente nella primavera del 2004 dopo un concerto memorabile in una cantina a Nizza Monferrato: un ampli un microfono due tamburi e un piatto. Tagliavi l'emozione nell'aria col coltello. Ci siamo detti questa storia non finisce qui, anzi comincia qui. Si è concretizzata la cosa con la registrazione del primo album nel gennaio 2005, in quello stesso luogo. Finalità artistiche: incidere la roccia. Farla girare. Fare la storia.

- Il tuo cantato è molto particolare e affascinante. Come si è sviluppato?

Credo dall'imbarazzo per la mia voce che comincia a farsi tangibile introno al 1995. Tutto quello che registravamo con i Madrigali Magri non ci soddisfaceva mai e quanto a me la mia voce e il mio cantato al riascolto mi facevano schifo, per questo abbiamo prodotto solo demotapes dal 1994 al 1998, l'estate della registrazione di quello che poi è diventato Lische . Da allora il percorso è in salita ma la strada credo sia giusta, non so dove porta, si vedrà. A distanza di dieci anni, credo, alla fine me la cavo: canto. Con modalità che derivano dal mio approccio alle cose ed esprimono la mia visione del mondo. Da qui forse la complessità nel definirlo. Personalmente di definire il modo non me ne curo: lo faccio e lo giudico, lo gioco, lo rimetto in gioco, continuamente. So che quella voce rimarrà dopo di me.

Chiaro, per il pubblico in genere e, cosa più grave, per la critica musicale italiana, alternativi e no, un cantato non è un cantato se non si rifà a qualcuno che canta già così, o se non è molto vistoso, rimarcato, sottolineato, spiegato… Il mio approccio al canto non tiene conto di queste lezioni. Per questi motivi, credo, chi si cimenta a scrivere di musica in Italia e si imbatte duramente nei Bachi Da Pietra rimane un po' spiazzato e spesso annaspa nel dover dire cosa facciamo e come. Se posso dare un consiglio, tagliate corto: questo tizio canta, male e poco, ma canta.

- Le tue/vostre principali influenze musicali?

A quarant'anni sono ormai troppe da menzionare se non semplificando in modo volutamente schematico. Perciò azzardo un trittico: AC/DC, Pan Sonic, Tom Waits.

- Senti che con Tarlo Terzo avete raggiunto la migliore espressione musicale dei Bachi Da Pietra? Personalmente lo considero il vostro disco migliore.

Con Tarlo Terzo abbiamo raggiunto l'espressione musicale di Tarlo Terzo. Noi siamo quasi caldi. Se ti va di aspettare…

- E' incredibile quanto il suono risulti moderno e spesso vicino a soluzioni “elettroniche” benchè il tutto sia analogico e realizzato con il minimo indispensabile. Come ci siete riusciti?

Suonando e curando maniacalmente il suono. Certo, evitando l'approccio del tipo: “questa è una chitarra e la chitarra va suonata così”. Suoniamo in una specie di regime di necessità immaginario, autoimposto, che si costringe a tirare fuori da quei quattro pezzi (corde, legni, pelli e piatto) quello di cui pensiamo di aver bisogno. Come se ci fosse stata la fine del mondo e a noi non fosse rimasto che questo. Ma un bel giorno abbiamo voglia di riascoltare la tekno o il dub o l'elettronica: bene, …nel fantastico mondo dei bachi da pietra, se vuoi la tekno te la devi fare a mano.

- I Testi sono ancora più oscuri e…spietati del solito. Il clima sociale in cui viviamo non è dei migliori mi sa.

Il clima sociale non è mai stato dei migliori, credimi. E' la realtà che può presentarsi oscura e spietata vista con occhi disincantati. La realtà offre scenari allucinanti: basta registrarli con precisione e l'effetto è assicurato. La realtà è semplicemente fatta e voluta dagli uomini. Gli uomini di oggi sono gli stessi di cinquanta, cento, trecento, tremila anni fa. Certo, vivere nel secondo dopoguerra del Novecento è stato assai più comodo che vivere anche solo all'inizio del secolo scorso; ma questo non cambia nulla dell'umanità dell'uomo nella storia. I mezzi non cambiano la sostanza dell'essere, i sentimenti primari e le paure che ci agiscono: questa sostanza è immutata da svariate decine di migliaia di anni. Non la cambi con dieci anni di internet o cinquant'anni di televisione. Come disse bene una volta un tale: siamo scimmie con armi e denaro.

- Cosa ci si dovrà aspettare dal tour di Tarlo Terzo?

Che quel verme strisci ai vostri piedi. E voi ai suoi.

- Come ti è parso questo 2008 musicale?

Non lo so, lo ascolteremo quando arriverà.

- E la situazione musicale italiana?

Un boom di novità. La situazione mi pare molto buona. Noi contribuiamo umilmente facendola, nel nostro infimo. Non credo stia a noi commentarla.

-Come Bruno, lavori ad altri progetti oltre ai Bachi Da Pietra?

No, per mia fortuna lavoro solo nei bachi da pietra. Mi vuoi morto.

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* http://arkhamfiles.blogspot.com/2009/01/bachi-e-tarli.html

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* SENTIRE ASCOLTARE digital magazine #50 dicembre 2008 | TERZO tra i dischi dell'anno.

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* MUCCHIO SELVAGGIO di gennaio 2009 di Alessandro Basselva

•  In questo album c'è come sempre un gran lavoro di scavo, di scarnificazione sulla materia narrativa e sui suoni, ma l'impressione è che ci sia una maggior chiarezza, che i dettagli emergano in modo più netto. La densità della poetica dei Bachi non viene a mancare, e i colori sono sempre piuttosto lividi, a tratti notturni, ma forse questo è il vostro disco, finora, che si lascia conoscere più agevolmente, che lascia più appigli all'ascoltatore. E' così?

•  Le cose che hanno un percorso lasciano un segno. Tarlo Terzo è la rivelazione. Rivelandosi, fa un passo verso di voi. Il fatto che lo si trovi più fruibile è vero. La chiave del nostro percorso credo stia in questo. Gli insetti sono piccoli calcolatori. Ipotizzando un potenziale di sviluppo pari a dieci, che senso avrebbe avuto partire da sette: al terzo album saremmo alla frutta. Siamo partiti possibilmente da meno tre, come si conviene alle cose reali in natura e all'evoluzione umana. Tornare Nella Terra è un prodotto larvale, seminale, l'humus, il liquido spermatico, il brodo primordiale. Molti lo hanno tastato e hanno detto è buono, è cattivo, fa schifo, non si capisce niente. Non io è la nascita del proto-individuo che non-siamo: il primo essere (che si rivela un verme: piccola profezia di un verso del disco prima). Molti l'hanno tastato e hanno detto è buono, è cattivo, fa schifo, si intravede qualcosa. Tarlo Terzo è quello che al momento passa il convento, avvicinatevi a vostro rischio in un giorno privo di senso e tastatelo e dite se è buono, se è cattivo, se fa schifo se si comincia a intuire. Sono scarso in matematica, ma dovremmo essere più o meno solo all'inizio.

• 
- Nella presentazione si parla di lavoro "contadino" sulla materia, artigianale aggiungerei io, mentre l'aratro e il seme nero dell'Indovinello Veronese rappresentano l'atto di scrivere, di incidere la carta con l'inchiostro. Un lavoro continuo, che in qualche modo bisogna ricominciare ogni volta da capo, che non finisce mai. L'Indovinello  Veronese rappresenta secondo alcuni l'inizio della lingua italiana, l'inizio di una nuova era e di una nuova lingua, di un nuovo universo percettivo, mi chiedo se queste suggestioni non abbiano a che fare con il fatto che questo disco, come gli altri, disegna un suo universo che è unico e in qualche modo fa storia a sè... Insomma, non c'è mai conclusione, la scrittura è un atto circolare, continuo, ogni volta il mondo che si racconta va ricostruito con pazienza.

•  Come ogni volta che per caso si vive , ci tocca riprodurre il percorso da capo. Un ciclo di decine e decine di migliaia di anni, per ciascun individuo ogni volta è nuovo. Per avvantaggiarsi su questo ciclo l'uomo produce il linguaggio (è fallibile, ci prova), per dire quello che già è saputo a chi non ancora lo sa, per dirgli “fin qui ci siamo arrivati, fin qui è già stato fatto”, per facilitargli il percorso, che è breve: per evitargli perdite di tempo. L'arte è vecchia come l'uomo. Quel tale o quella tipa che rimase nella caverna invece di seguire il gruppo nella caccia della bestia, e decise di raffigurala sul muro, probabilmente fu deriso. Gli altri tornarono con un animale preso per cena. Sul muro c'era un animale preso per sempre. Probabilmente la derisione divenne ammirazione, qualche generazione dopo. Scrivendo e suonando io cerco di prendere il mio animale e stamparlo sul muro, con umiltà e coscienza di come è già stato fatto prima. Così ci provo, sulla superficie ruvida, con un tizzone spento, come posso, meglio che posso. Mi è ormai chiaro il fatto che quell'animale che prendo sopravviverà a me. 

•  L'indovinello veronese non è altro che questo: in un giorno qualsiasi intorno al IX secolo d.c. un tale anonimo amanuense ricopiava un codice di cui probabilmente ignorava tutto, e per noia o che altro, a margine del foglio, scrive in una sua lingua sgraziata e non ufficiale una metafora spiccia del suo fare: i buoi (le dita) portavano un aratro (la penna) sui prati bianchi (la pagina) spargendo un seme nero (l'inchiostro). Nient'altro ci è dato sapere, ne di quel tale ne del perché, ne di altro. E' la più antica iscrizione conosciuta in volgare italico (in una delle sue mille forme). I bachi da pietra incidono in una lingua non ufficiale per il rock. Il volgare italico nella sua forma evolutiva all'alba del terzo millennio. Ma chiunque scriva o produca arte, ha il dovere di farlo conscio di questo: è un atto fuori dal senso comune, che rimane per sempre. Oppure si perde, come la nostra storia individuale, nel fiume di miliardi di storie. Tutte diverse, tutte uguali.

- Domanda strettamente tecnica: è una mia impressione oppure siete passati da una idea "verista" e "materica" di registrazione del suono - il primo disco in particolare - ad una qualche forma di trasfigurazione, di astrazione? I suoi brillanti anni Ottanta è una pulsazione quasi meccanica, assolutamente pulsante e viva ma comunque "modificata". D'altra parte mi pare che siate piuttosto orgogliosi della tecnica manuale e fisicamente tangibile attraverso cui arrivate a modificare il suono....

•  E' vero, la musica dei Bachi è orgogliosamente fatta a braccia, tagliata con l'accetta, battuta al coltello, ma non troppo, niente più. Ti serve una linea di basso su quelle quattro note? Ti arrangi: o trovi il modo di fartele risuonare entrambe con quello che hai al collo, o sacrifichi un po' dell'una un po' dell'altra, o delle due te ne fai bastare una e ti concentri su quel che davvero vuoi farne uscire. Vuoi davvero comunicare con qualcuno, vuoi un suono, o un riff, vuoi una canzone? Bene, comincia a ingegnarti e a fare fatica. Usa quel che c'è. Quel che c'è è il presente, qui e ora: va sfruttato. Niente sovrincisioni. Non per rigore da duri e puri (niente è più molle e impuro di un verme) ma per scelta di gioco : per gioco, per avventura. Per adesso. Allo stesso modo niente “modifiche “ sui suoni, intese come manipolazioni digitali per far finta che questa chitarra sia una nave spaziale; e niente tastiere, semplicemente perché nelle nostre miniere non ne esistono più, non sopravvivono alla nostra grezzezza. Abbiamo di lusso un paio di tamburi, strumenti a corda dell'epoca del r'n'r, quel po' di luce e la corrente per l'ampli. Gran lavoro sulle dinamiche degli strumenti, sulle equalizzazioni e sul missaggio. Compensiamo la scarsità di mezzi con raffinati apparati auricolari lungamente coltivati e potenziati col tempo, installati nel mezzo tra viscere e cervello, e li usiamo per ascoltare e produrre suoni e attribuire loro un senso, ma nient'altro: giù nella cava queste cose abbiamo. Ci piace il fatto che uno strumento a corde possa ricordare suoni da elettronica, ci piace che nel mondo degli umani, chi ci ascolta cada nel tranello delle trame delle nostre bave e le scambi per fili di nylon, ma non abbiamo l'elettronica, abbiamo lo strumento a corda, strumenti basilari, pulsioni elementari. Il suono de i suoi brillanti anni 80 non fa eccezione e non è minimamente modificato: è prodotto dal tambureggiare con un batacchio da timpano sulla cassa e sul ponte di un basso acustico collegato ad un ampli. Quando acquistai il basso in un grande magazzino di strumenti, provandone il suono a quel modo, la gente veniva a vedere che diavolo di sintetizzatore stessimo provando. E' un basso suonato in un certo modo e registrato in un certo modo: potremmo venire a rifarlo a casa tua anche subito. Non un basso suonato e poi smanettato. Nel fantastico mondo dei bachi da pietra i computer non esistono più. Però ce li ricordiamo e a volte proviamo a rifarli a mano.

•  - Anche qui il blues è una presenza che si fa sentire in qualche modo, ma è sempre più, di disco in disco, un codice genetico nascosto, non immediatamente visibile, sepolto. Nel vostro caso, il blues è sempre stato una faccenda di attitudine e di demoni da esorcizzare più che di stilemi, ma questo processo di interiorizzazione si è definitivamente compiuto in questo lavoro, sei d'accordo?

•  Definitivamente non lo so. Ogni volta mi stupisco di come quelle poche note possano ravvivarsi in una forma che suona nuova (come la vita nel discorso di prima). Il blues è un' ars combinatoria straordinaria, alla base di tutte le musiche contemporanee ed ha avuto a sua volta per base tutte le musiche arcaiche. Quando sento i canti Masai io ci sento il blues. Quando sento il pulsare della tekno io ci sento il blues. Un codice genetico talmente basilare da non poter essere riprodotto uguale a se stesso, paradossalmente va stracciato, va dimenticato per poterlo tradire all'infinito. Il blues è quello che per Dante era la forma canzone. Uno schema compositivo codificato un centinaio di anni prima in una lingua diversa (il provenzale; per noi l'inglese) e che lui intendeva usare come griglia o banco di lavoro per un'opera molto più vasta che potesse inglobare la sua contemporaneità e la sua propria lingua, conscio del fatto che ormai fosse matura per poter essere all'altezza e alla bassezza di tutto.

•  - Una cosa mi ha colpito, l'immaginario in qualche modo pre-moderno che trapela da "Tarlo terzo", a partire dal titolo "dinastico" e dallo stemma araldico in copertina, fino all'immagine evocata dall'Indovinello Veronese ripreso poi in Seme Nero. Ma c'è anche la figura di un concezione divina punitiva, in "Lui verrà", alla quale non c'è naturalmente adesione ma che comunque viene captata, credo, come indicativa dei tempi di guerre religiose posticce che viviamo. Per cui ti chiedo, viviamo ancora in un continuo e globale medioevo travestito da modernità, come dissero ad un certo punto i CCCP, oppure in qualche modo, più semplicemente (e in qualche misura in modo più rassicurante), c'è un qualche legame ancestrale con la terra in cui vivi, un residuo di  "feudalesimo" anche inconscio che in qualche modo si riflette nella tua poetica, magari aiutandoti a dare una lettura non scontata del mondo circostante?

•  Quante questioni poni in una! Comincerei col dire che va menzionato il fatto che nella nostra pseudo-araldica non campeggia un grifone un unicorno o un drago, ma un verme. Nel simbolo della presunta nobiltà umana campeggia il simbolo della presunta ignobiltà animale. Che per quanto infimo in apparenza è in realtà vitale, tenace, in grado di filtrare e, lentamente, rovesciare il mondo. Di scavare la pietra. Il più alto grado della nobiltà umana raggiunge, al massimo, il più basso grado della condizione animale. Il più nobile degli uomini è il più basso tra gli insetti. Cosa posiamo aspettarci?

•  Lui verrà è una rivelazione , …quasi un topos del blues, quasi un gospel , che può essere letta con la gioia dell'imminenza o come una minaccia apocalittica. E' nero su bianco quello che molti sperano accada e quello che di solito tende ad accadere per volere dell'uomo: non scendendo il divino, ci pensa uno di noi a tradurre le proprie volontà risolutive più spicce e più basse nelle presunte Sue (di Lui). Questo in tutte le religioni e in tutti i Credo sulla faccia della terra. In ogni caso è una visione profondamente umana: un ente presunto superiore (se dio o duce o boss mafioso o super potenza tecnologica o civiltà marziana questo la canzone non lo dice) che arriva e pone rimedio al caos del mondo. Come? Con altro caos, con altra violenza, senza pietà. Se ci pensi il dio biblico (altrove richiamato in Tarlo Terzo) era talmente bassamente umano (vendicativo, geloso, punitivo, spietato, tignoso, ingiusto, beffardo ecc.) da risultare, più che divino, grottesco. E così le deità del mondo pagano. E così le deità del cristianesimo popolare, organizzate come cosche piramidali di santi e santi-uomini che hanno il potere di intercedere direttamente presso l'altissimo quando ci serve un favore, un privilegio, …un “aiutino”. Quanto a questa visione, definiamola ciclica o non progressista o non positivista della storia e del destino umano nella storia, va detto per onestà intellettuale che, dai precursori ai teorici o agli artisti che l'anno fatta propria, prima di arrivare ai CCCP e ai Bachi Da Pietra la lista è lunga. Però si: credo la storia sia un circuito di compresenze rutinarie sempre in atto, prevedibili, sempre banalmente simili.

•  L'antichità e il medioevo sono state per me materia di studio e sono più profondamente oggetto di interessi vivi da molto tempo. Tanto che credo in qualche delirio di averci vissuto. Anche il Novecento, la sua storia la sua letteratura è oggetto di passione e interessi vivi: tanto che credo in qualche delirio di averci vissuto. Sicuramente queste vite influenzano la mia visione del mondo, a prescindere dal luogo. O forse, anche grazie al luogo, che mantiene stretti legami con la terra e con la sua dimensione più arcaica. Un luogo di passaggio dove metto e tolgo radici. Come nel tempo.

•  Leggendo diversamente la tua domanda sul “feudalisimo” mi verrebbe anche da dire che ritengo di avere per puro caso la fortuna di vivere in uno dei pochi luoghi in Italia dove se apri bottega non arriva lo sgherro del signorotto a chiederti di pagare il prezzo della protezione dalle sue stesse angherie. Questo genere di arretratezza mi scandalizza ancora profondamente. Per mia fortuna il residuo di feudalesimo in atto è altrove, incredibilmente, in quella che dovrebbe essere la mia stessa nazione.

•  - Spunti ancestrali, ma anche notturni e urbani: il caso della già citata I suoi brillanti anni Ottanta, che racconta anfratti esistenziali molto cupi e se vogliamo cittadini. Anche se i luoghi  che racconti  sono spesso di transizione, di passaggio, di confine tra  città e provincia... Non sono mai immagini di permanenza e stabilità (Dal nulla nel nulla ribadisce, se vogliamo, questo concetto)...

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• - FBD è, mi pare, un esperimento nuovo: una canzone che emana malessere ma in una ottica di impegno civile, senza per questo abbracciare esplicitamente forme di protesta canoniche: si parla del mondo ma lo sguardo è sempre, in una qualche misura, poetico e personale...

•  FBD non è un esperimento nuovo. Se posso, prima sgombro il campo poi affondo. Come tutti gli entomologi sanno, non abbiamo bandierine da sventolare di nessun colore. Tanto meno bianche: non siamo arresi a niente, se no non saremmo qui. Chi ha fedi forti è degno di rispetto, come lo sono i bambini quando si fanno seri e ti parlano di babbo natale e del regno dei gormiti. Ma chi sale sul palco a farsi portavoce ammiccante di ideologie precotte non ci conquista, non gli crediamo. L'arte è sovversiva di per sé, quando pretende di esserlo non ha altro spessore che quella pretesa. Come gli entomologi sanno molte canzoni dei Bachi sono canzoni (passatemi i termini) di impegno civile, nel senso che sono sguardi disincantati al di fuori, all'individuo nel Sistema, o al teatrino della storia: Altri Guasti, Non Io, Farfallazza , ma anche Prostituisciti e Primavera Del Sangue per chi sa cogliere le sfumature. La miopia altrui non è un limite mio. Chi si accinge a scrivere dei Bachi Da Pietra lo fa di solito inforcando lenti con quei tre luoghi comuni sul maledettismo, il malessere, la poetica dell'anima e l'introspezione. Attraverso la metafora della falena che si abbatte per tutta la vita contro un lampione intermittente, si parla di quelli che hanno bisogno di individuarsi attraverso l'elezione di un nemico per poter dare un senso alla propria vita. E' umano. E' malessere? Si cura con la purga? Mi limito a questo esempio, sono cose che gli entomologi sanno e non li voglio annoiare. FBD (Fosforo Bianco Democratico) è uno sguardo cinico e duramente sarcastico sulla favola della guerra come metodo efficace di esportazione della democrazia, attraverso l'uso di armi chimiche di distruzione di massa, che poi dovevano essere il pretesto sdegnosamente impugnato per dare via a tutta l'operazione bellica. E' credibile? Dopo lo spettacolo dell'11 settembre 2001 l'impero del bene, del quale siamo remota ma strategica provincia, doveva pur disporsi alla pugna di una bella guerra Giusta (gli altri ce l'hanno Santa, noi ce l'abbiamo Giusta: è lo stato di diritto faticosamente conquistato. E' guerra E Basta; anzi presto avremo indietro quella Santa anche noi). Dopo cotanto oltraggio (ed ecco un oltraggio al momento giusto) dovevamo pur andare a colpire da qualche parte sventolando lo stendardo della pace e della giustizia per fare un po' di spazio negli arsenali. Così siamo andati ad abbattere un dittatore fantoccio che avevamo eretto in una regione strategica allo scopo di abbatterlo al momento giusto. Sai che c'è Sceriffo: quel momento è arrivato. Quella zona ci serve e noi ce la prendiamo. In guerra è degno di rispetto chi ci muore, da qualsiasi parte della barricata. E' degno chi combatte qualcuno che combatte. E' indegno chi combatte qualcuno che non combatte. La canzone cavalca sarcasticamente l'entusiasmo per la missione di distruzione di una città di civili nel nome dalla democrazia, nel novembre 2004, per colpire un gruppo di terroristi che vi si erano rintanati (si dice). Da qualche parte, chissà dove. Soluzione? Facile. Muoia Sansone e tutti i Filistei. Questo siamo noi. La parte civile dell'umanità. L'altra? Io mi ritengo responsabile della mia.

•  - Non vi manca e non vi è mai mancata la spinta al confronto: avete registrato il disco con l'ingegnere del suono che si occupa dei Pooh (che peraltro ringraziate), rappresentanti di una idea di musica, senza dare per forza giudizi artistici, agli antipodi. Come vi siete incontrati e che frutti ha dato questo confronto, al di là del risultato finale?

•  Ci siamo incontrati dopo il nostro ultimo concerto al Magnolia a Milano, Ivan Rossi aveva già collaborato con Bruno Dorella per la colonna sonora dei Ronin al film Volevamo anche le rose: si è offerto di partecipare alla produzione del disco. Era chiaro che aveva chiaro quel ch'era chiaro. Prima si semina, poi si lavora, poi i frutti si raccolgono e uno di questi è Tarlo Terzo.

 

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