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Blow Up #84 [ maggio 2005 ]
blowupmagazine.com
"La magia è qui [...] Sono i più gran bachi da pietra che sia dato conoscere" S.I.Bianchi .......................................................................................
PRIMAVERA DEL SANGUE
Bachi da Pietra. Dopo la fine dei Madrigali Magri, storia di un incontro, di inabissamenti ed esplosioni, mutamenti e rinascite
di Daniela Cascella |
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Fondale della storia
La cantina della sacrestia di S. Ippolito a Nizza Monferrato.
Sotto-terra.
Luogo dell'azione
In ogni dove
Personaggi
I Bachi da Pietra:
Giambeppe (GMB) / Giovanni Succi (ex Madrigali Magri)
Bruno Dorella (OvO, Ronin, Bar La Muerte e altro)
Bruno di GMB: “Ero un fan dei Madrigali Magri, soprattutto di ‘Malacarne'. Dopo aver ascoltato quel disco mi è venuto il desiderio di collaborare con GMB. Sentivo che si trattava di una personalità speciale, ed io sono molto attratto dalle personalità forti. Sentivo anche che era una persona da approcciare con calma, non con una frettolosa email. L'occasione mi è stata data dalla casa editrice No Reply, che mi chiese di fare della musica per un suo libro in uscita. Mi dissero che era coinvolto anche GMB e allora decisi di contattarlo. Lui era ancora nel limbo con i Madrigali Magri, non si capiva bene se il gruppo esistesse ancora o no ma questo non era un problema visto che anch'io suono in altri gruppi e in particolare Ronin ed OvO mi prendono molto tempo. La prima volta che suonammo insieme fu pura magia e sapevamo entrambi che avremmo continuato.”
GMB del “signor Dorella”: “Ha un modo pragmatico, diretto e deciso di affrontare le cose; un modo molto sereno e lucido anche quando non è facile rimanere tali. Ha grande profondità d'animo, custodita con pudore sotto i dred, insieme a qualcosa di nobile. Siamo entrati in sintonia a pelle con la nettissima impressione che ci si poteva rilassare e intendere e anche divertire, mangiare e bere. Bruno è stato da subito per me un facilitatore perfetto, sia come persona sia come musicista. Rende le cose semplicemente fattibili. Ha più progetti lui di una impresa di costruzioni. Tutti diversi, opposti. Lui è se stesso in tutti. Ho trovato un musicista sensibile e un socio coraggioso.”
GMB del disco: “Dopo aver provato non più di un paio di volte abbiamo fatto il nostro primo concerto lo scorso luglio, nella cantina della sacrestia di San Ippolito a Nizza Monferrato… E' stato uno dei più bei concerti della mia vita. Indimenticabile. Da dopo ‘Malacarne' avevo fatto solo concerti da solo, il che non sempre è facile. Ora mi sentivo, grazie a Bruno, sorretto da un esercito in totale sintonia. Una bella overdose di adrenalina positiva e fiducia. Abbiamo deciso che avremmo registrato un album proprio in quella cantina che suonava perfetta, col battuto in sabbia e le volte di pietra. E così è stato… Abbiamo fatto riprese dal vivo con microfoni d'ambiente come si usava nei vecchi dischi di blues e jazz. Gran parte dei soldi investiti nella produzione sono andati nell'affitto di microfoni a condensatore e di un preamplificatore anni '70, accuratamente selezionati da Alessandro Bartolucci che ha reso il suono del disco vivo, sabbioso, bronzeo; una lamina marrone con lampi di arancio. Fuori dalle zone luminose l'ambiente sonoro mantiene e rimanda parti di ombra e umido. Niente è patinato: c'è ruggine ovunque. Sul battuto di sabbia abbiamo appoggiato delle pedane di legno alte qualche centimetro: evitavano che gli strumenti affondassero nella sabbia e che fossero stoppati nelle risonanze; nel contempo fornivano sonorità diverse e soluzioni percussive interessanti. Molte delle voci sono in presa diretta, completamente live, come ad esempio Stirpe Confusa o Aprile d.c.: niente sovraincisioni, o è buona tutta o la butti via. Metodo barbaro: ma il livello di attenzione e concentrazione che si produce in chi suona è altissimo. La sintonia tra me e Bruno credo ci abbia regalato in questo modo qualche piccolo miracolo. Anche perché di molti pezzi esisteva solo un canovaccio vago: possiamo dire che siano canzoni improvvisate almeno al 70%... Ci sono altri canovacci che attendono di diventare canzoni e anche canzoni che a furia di aspettare se ne tornano canovacci. Ci sono parole che aspettano la musica che le farà risuonare, credono di averla trovata e all'ultimo si innamorano di un'altra (è successo alle parole di Verme ); ci sono musiche che se ne possono stare anche da sole se funzionano bene ( Zolle ), a meno che non ci sia proprio un colpo di fulmine ( Prostituisciti ).”
Bruno del disco: “Suonare con persone come GMB rende il limite tra improvvisazione e partitura abbastanza labile. Il pezzo è come già scritto, c'è solo da entrare in empatia e suonare quello che deve essere suonato. Spezzo anch'io una lancia in onore di Alessandro Bartolucci: questo disco suona come nessun altro disco su cui io abbia suonato”.
Bruno: “Il mio interesse per la musica in generale e per le percussioni ha la pretesa di essere a 360°. Mi piace potenzialmente tutta la musica e qualunque modo di suonare uno strumento. Se una musica mi piace lavorerò fino ad essere in grado di suonarla. Quello che fa GMB è nelle mie corde. Ha una potenza nobile e disperata di stampo alfieriano (amo Alfieri e vedo in GMB una forza alfieriana irresistibile), non per niente i due provengono da zone geografiche molto vicine. Tornando alla batteria, un giorno quando suonavo coi Wolfango ho deciso che il mio modo di suonare la batteria standard non era abbastanza creativo, così ho iniziato a suonare solo con tre pezzi: un timpano, un rullante ed un piatto. Da allora sperimento con questo set su diversi tipi di musica, dal pop lo-fi dei Wolfango fino agli estremismi degli OvO e al ‘suono fossile' dei Bachi, sempre gli stessi tre pezzi usati al massimo della loro potenzialità nei diversi progetti. Mi piace questa cosa del suono fossile, rende l'idea di una certa essenzialità quasi ‘secca' che cerchiamo. Lavorare con GMB è estremamente facile. E' uno di quei personaggi con cui mi trovo spesso (sarà il destino, o il fiuto) come Marco Menardi dei Wolfango o Bugo o Stefania Pedretti, è come se avessi sempre suonato con loro, ti rendono le cose facili, il pezzo è già lì pronto e perfetto prima ancora che io inizi a suonarci sopra, quello che faccio è praticamente già scritto. Sensibilità affini, immagino. Basta chiudere gli occhi e lasciare andare cuore e muscoli. Le parole di GMB all'inizio per me sono solo musica, non capisco cosa dice mentre suoniamo, poi un giorno riascolto le registrazioni e ne scopro la bellezza”.
GMB: “Sapere chiudere gli occhi e lasciarsi andare suonando non è così scontato e lo si ritrova solo nelle persone che sono in grado prima di tutto di ascoltare. Molti suonatori funzionano a clic con due opzioni: o suonano o ascoltano. Il suono è un linguaggio complesso che prima va ascoltato, ha infinite qualità e sfumature e rimandi. Un linguaggio: viene da dire, ‘ascoltalo prima di parlarlo'. E non si tratta di fare il difficile. Puoi parlare forbito e dire cose banalissime o parlare come mangi e catturare l'attenzione.
Ora che i Bachi da Pietra sono finalmente un gruppo di grande successo commerciale e questo mi conferisce una reale credibilità, vorrei approfittarne per lanciare un messaggio alle masse: suonate solo se siete in grado di ascoltare e soprattutto solo se vi riesce di fare anche queste due cose insieme. Poi magari ogni tanto smettete, fate una pausa, lasciate vuoto un piccolo spazio per tutto ciò che di incognito potrebbe arrivare, fate un bel respiro, fate almeno finta, per un attimo, di esservi persi”.
“La fine dei Madrigali Magri ha significato molto per me, non solo musicalmente ma nella mia vita.
Didascalia: in questo contesto musicale leggero e non (la musica non commerciale o la musica come pulsione espressiva o forma d'arte o la musica di merda o come la volete chiamare chiamatela senza pudore), per molti, non solo per me: musica e vita sono una cosa sola. Si vive di musica e parola; non nell'accezione economica del verbo ‘vivere'. Per questo viene il momento che l'una e l'altra le puoi sotterrare. Per questo molti di noi non hanno fatto della musica un lavoro. Con un lavoro non puoi fare così.”
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Tornare nella terra
Un album nato sottoterra, terra che è materia scura ma fertile in cui seppellirsi per tornare a nuova vita.
Un album autentico e viscerale, che viene alla luce dopo un lungo percorso di ottenebramento.
“Tornare nella terra” è raro e prezioso, fatto di ombre, presenze che transitano e scompaiono, ricordi d'albe e di notti, paesaggi stupiti, versi suadenti o accaniti. Nulla ha un nome proprio, ogni segno distintivo sembra inghiottito dalla terra e da essa di nuovo donato sotto forma di suoni e parole che hanno qualcosa di immutabile e di eterno.
Al primo ascolto di queste canzoni l'impressione è quella di un suono che sa trasmettere tanto l'asprezza della terra quanto l'avvolgente calore di un ritorno, di una rinascita. Musica, scrittura e struttura prendono forma nella cupezza di una materia cieca e in squarci improvvisi di luce.
Soprattutto, al di là delle suggestioni mitiche e poetiche, personali e sentimentali che ognuno, a seconda delle proprie inclinazioni, troverà in questo disco scavandovi dentro come in un ideale sito archeologico (dove accanto ai frammenti di manufatti si trovano sassi e insetti, accanto alle ossa gioielli), “Tornare nella terra” è un'intensa opera di scrittura e di suoni.
Responsabili di tutto ciò Giambeppe Succi, che ha vissuto e creato queste musiche e che le parole ha forgiato riscattando il nome di Giovanni, e il sempre più versatile Bruno Dorella, capace di porgere ritmi che spaziano dal passo limpido al sopraffare di forze incontrollabili, complice una necessità di rigenerazione che è pulsione viva e vera. Non per niente una delle prime parole che vengono fuori nel carteggio email con i due Bachi è quella di “palingenesi”, rinnovamento profondo in seguito a un periodo di sprofondamento. Non per niente una delle figure mitologiche che subito appare ascoltando queste note e queste parole è quella di Persefone, nel cui mito s'intrecciano ambiguamente discesa agli Inferi e primavera, rinascita e buio. Anche “Tornare nella terra” è luogo di transizione, un sovrapporsi di luci e ombre tra il mistero della morte e la meraviglia della rigenerazione. Luogo in cui ciò che è Solare prende necessariamente forma “riappoggiando ogni cosa al suolo”, in cui la primavera reclama sangue. In cui l'aprile è coperto di “ghiaccio fuori fuoco dentro”, immerso in “una pace bollente dei sensi.”
Si può rimanere intrappolati per giorni inseguendo le spirali insidiose di queste canzoni, percorrendo il tracciato tortuoso che va dal Verme alla Stella.
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Bachi da pietra: la voce, la pietra, la parola
“Muto nel dire” : così uno dei versi di Verme. Duplice accesso al disco: un parlare muto (la voce sempre più materica, immanente al suono della chitarra e della batteria) e una mutazione che avviene nel dire (ogni parola qui scaturisce dal vissuto, da un infiltrarsi nelle fibre della vita con il suo avvicendarsi di piacere e caduta).
La pietra di questi Bachi è la pietra che conserva le tracce del tempo, che cattura suoni-fossili asciutti e ricchi di nervature. O potrebbe far pensare alla pietra antica delle pievi romaniche, frutto del lavoro collettivo di scalpellini anonimi di cui si è persa la memoria. Le costruzioni dei Bachi da Pietra, ben salde nella terra e innalzate verso il cielo, sono però edificate tutte dal di dentro. Le parole di Giovanni, sempre interne e vicine, connaturate agli altri suoni, fatte della loro stessa pasta; gli scheletri ritmici di Bruno, un lavorio costante che inghiotte in sé ogni tocco superfluo e lascia spazio all'essenza delle cose. Accade ad esempio in 2:40, dove le percussioni sempre più cupe e la voce quasi soffocata si avvolgono a vicenda fino a dar vita a un nucleo sonoro che sta a mezz'aria coeso, che assorbe ciò che è intorno e si guarda dentro.
Qui il suono si mineralizza.
Nelle altre tracce poi si rianima di una linfa immemorabile, ancestrale, e vive proprio del contrasto tra flusso e roccia, tra fermento e stasi. Tra lo sprofondarsi nella morte e il ritorno dalla morte: lo troviamo nel blues rallentato che sa di miracolo in Stella: “perché dire può essere solo come tornare nella terra” ; nell'incedere mesto e nella dolcezza soffocata di Zolle, nelle visioni allucinate e nei suoni sghembi, nel dissiparsi di Solare.
Il “dire” è sorgente e ritorno.
GMB: “Gli anni avanzano e per forza di cose o si peggiora o si migliora, fermi non si resta. Io punto sempre più alle viscere: mie, degli altri, del mondo, del cosmo. Ricerco la poesia di un verme. Dire la mia da qui, dal basso, umilmente. Tutto il disco si regge su metafore che partono dal basso e puntano verso l'alto. E tornano al basso per destino del peso: riappoggiando ogni cosa al suolo …
La vera alternanza che la fa da padrona nel disco è la cara vecchia potente dicotomia Vita–Morte. Infine terra come humus (la radice di uomo ): che sia vitale o mortale questo ritorno, sereno o triste o neutro, vale quanto un dettaglio. Vermi, ordigni, stelle, sbronze, magma, donne, uomini, fantasmi, storie: solo comparse. Il poema si compie muto.
Fatta eccezione per qualche minuscola traccia”.
“Curioso: la parola italiana scritta ‘nasce' proprio testimoniata nel segno della terra; l'indovinello veronese: un amanuense del VIII secolo d.c. si distrae annoiato dal suo lavoro e verga a margine, sul campo bianco del foglio con un aratro fatto d'inchiostro, una inutile e umile metafora.”
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T.N.T. Il sangue
Il sangue, la guerra e la battaglia sono momenti necessari attraverso cui si deve passare per trasformarsi. La disarmante apertura dell'album è Primavera del sangue con le sue note asciutte, le percussioni decise, le parole che vanno accumulandosi incalzanti, spietate. Il recitato va di pari passo con il graduale costruirsi del ritmo ed entrambi sono misura di uno scorrere perpetuo. Il lirismo imploso dei versi dell'album nasce qui, tra relitti sonori, spoglie e fluire di sangue.
GMB: “La terra è vitale perché brulica di insetti, di vegetali, liquidi, minerali. La terra che puoi raccogliere e stringere fra le dita, scura, umidiccia, odorosa, puzzolente. Non è più quella secca e polverosa di ‘Lische' o ‘Negarville' e nemmeno quel pantano opaco e piovoso, quella terra-quasi-mare dove si perdeva il ‘Malacarne'.
La terra è un ventre dove tornare per farsi risputare fuori mutati in altro.
La primavera è del sangue, è un rifiorire rosso, un rifluire vitale, non una cancrena: può darsi che questo sangue passi dal rifluire interno al fluttuare all'esterno e così dalla vita alla morte: come dato di natura. Una foce ad estuario. Un soffio e sei passato.
Ma il fluttuare all'esterno come metafora del sangue è la parola viva. In ruber è l'incipit, il principio, la prima lettera è rossa.
E' la parola magica, che solve e coagula. L' ex-stasis è la parola che muove la pietra. Da sempre. Questi concetti entrano tutti in un vortice come elementi di una costruzione poematica infinita”.
Il cantare-dire-soffocare di Giambeppe e il percuotere-scandire-accogliere di Bruno, prendendo le mosse dal blues più scarno e sofferto, lo snaturano fino a ritrovarne il senso lontani da definizioni preconfezionate ma nella sua verità più antica: che affonda le radici nella zoomata introspettiva di Verme, con il suo rosario di versi recitati su un ritmo primigenio, che torna nella terra ma con lo sguardo ben rivolto verso l'alto in Stella. Fino a esplodere in Prostituisciti, traiettoria segnata dal pigro dondolarsi di un ritmo che si eleva fino al conflagrare percussivo finale, “un'altra alba che salti in aria” .
GMB: “La parola cura e ferisce. Produce mutamenti profondi. Deflagrazioni, movimenti tellurici. Scrivere, dire, è seminare mine. La scrittura come deflagrazione. La deflagrazione come fine e principio di qualcosa. Anche il sistema solare nasce da un'esplosione e la Terra con lui. Da quel momento comincia la sua rotta verso la fine. Per molte comunità umane diversissime e lontanissime la parola era quell'esplosione. La parola era il principio; oppure il suono, che è la stessa cosa...
Tornare Nella Terra = T.N.T. Questa coincidenza l'ho notata a posteriori, quando molti pezzi erano già nati; quasi casualmente, lavorandoci su. Avevo l'idea, ma non avevo notato che ci fosse anche questa coincidenza letterale con l'acronimo del titolo: non è questa coincidenza a suggerire le metafore esplosive. Però le rispecchia incredibilmente. Il gioco dei rimandi funziona in pieno, quasi oltre la mia volontà: ma questo si fa per dire, dal momento che tutto ciò che da noi si emana è la nostra volontà”.
“sarà dolce cantare vecchie canzoni e non seguirne il senso”
Il disco si chiude (ma in realtà si apre a tante altre vie) con quello straordinario magma ultimo, di confine, che è Stirpe confusa. Un pezzo in cui le pause e i silenzi, il riprender fiato, hanno rilevanza pari a quella della musica e del canto; in cui parole come “io sono malato” spirano dopo un lunghissimo momento nel quale tutto è trepidazione e attesa. Qui ogni parola prima di prendere forma indugia e sta, in un limbo espressivo che lascia spazio al sentire; ogni colpo di batteria diventa battito cardiaco. Dopo un minuto di pausa che sa di assoluto torna poi la musica e null'altro, orizzonte aperto e sospeso a un tempo.
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Bachi Da Pietra "Tornare Nella Terra" [p] & [c] 2005
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